di Peppe Giudice |
In diversi post mi è capitato di citare il socialista austrotedesco Rudolf Hilferding il primo marxista che analizzò il capitalismo finanziario agli inizi del secolo scorso. Una lezione, che secondo molti studiosi, è oggi di grandissima attualità. Tratto da Rudolf Hilferding “IL CAPITALE FINANZIARIO 1910”
Dato il pieno dominio della finanza che assorbe in se l’economia reale, tramite grandi società di investimento USA che hanno un patrimonio superiore a quello del pil di Germania, Francia e UK messe insieme. Una spaventosa concentrazione di potere economico che interagisce con gli stati e li domina. Hilferding mette in evidenza come questo capitalismo ha forte bisogno dello stato, in una epoca -quella in cui scrive- che preludeva al confltto mondiale. E costituiva la base dell’imperialismo come conflitto intercapitalistico. Un imperialismo che si tinge di un nazionalismo radicale fondato sull’ideologia della razza, del suprematismo, dell’odio. Che è poi quello che accade oggi con Trump e tutta la destra reazionaria che ha rianimato. Sotto un passo del libro di Hilferding:
“La massima aspirazione è ora quella di assicurare alla propria nazione il dominio sul mondo, un’aspirazione non meno illimitata di quella del capitale al profitto, da cui anzi scaturisce. Il capitale parte alla conquista del mondo e ad ogni nuova conquista esso non fa che toccare nuovi confini che sarà spinto a valicare. Questa espansione incessante è ora una inderogabile necessità economica, perché rimanere indietro significa caduta del profitto del capitale finanziario, diminuzione della sua capacità concorrenziale e, come ultimo effetto, subordinazione del territorio economico rimasto più piccolo rispetto a quello divenuto più esteso. Questa aspirazione espansionistica causata da esigenze economiche, viene giustificata ideologicamente mediante uno strabiliante capovolgimento dell’idealità nazionale, la quale ora non riconosce più ad ogni nazione il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza politica e non esprime più il dogma democratico dell’uguaglianza sul piano internazionale di tutto ciò che è umano. Al contrario, le aspirazioni economiche del monopolio si rispecchiano nella posizione di privilegio che esso pretende per la propria nazione. I privilegi appaiono più di ogni altra cosa come frutto di predestinazione.
Poiché l’assoggettamento di nazioni straniere avviene con la violenza e, quindi, in un modo molto naturalistico, sembra che la nazione dominante debba questa sua egemonia alle sue specifiche caratteristiche naturali, e cioè alle sue qualità razziali. L’ideologia della razza, quindi, non è altro che il tentativo di fondare scientificamente, con un camuffamento biologico, la volontà di potenza del capitale finanziario che intende in tal modo presentare i suoi movimenti come ineluttabili e condizionati da leggi naturali. Al posto dell’ideale egualitario democratico subentra ora un ideale egemonico oligarchico. Laddove sul terreno della politica estera, questo ideale ha come oggetto, nell’apparenza, l’intera nazione, su quello della politica interna esso diviene accettazione ed accentuazione del punto di vista padronale che tenta di subordinare al proprio quello della classe operaia.”
Nell’immagine di corredo Rudolf Hilferding.
