di Paolo Franchi |

Articolo – Anno 2000

Adesso i ricordi si affastellano e non aiutano a formulare, ove mai fosse possibile, un giudizio equanime, si sarebbe detto un tempo, sulla figura e l’opera di Bettino Craxi. Ma bastano almeno a confortarci in una convinzione per noi antica e radicata, che non ha nulla da spartire né con le aule di giustizia né con i fariseismi compunti di queste ore. Piaccia o no (e sicuramente a molti di quelli che lo odiarono ben prima della comparsa della “questione morale”, e oggi sono tutto un cordoglio, la cosa non piace affatto) Bettino è stato, dai primi passi in politica, un uomo della sinistra italiana. Diciamo meglio: un uomo del socialismo italiano, segnato dalle vicende del socialismo italiano – dalle sue grandezze come dalle sue miserie – fin da quando, ragazzino, incollava sui muri di Milano i manifesti del Fronte Popolare. Di quel Fronte del quale suo padre, Vittorio, viceprefetto della Liberazione, fu, come tanti socialisti, candidato sfortunatissimo anche perché, nella comune sconfitta, il Pci, infinitamente più organizzato del Psi, colse l’occasione per regolare una volta per tutte i conti a sinistra. Di quel Fronte che il suo padre politico, Pietro Nenni, fortemente volle, anche se poi, a disastro consumato, annotò amaro nei Diari: sotto bandiera comunista non si vince in Occidente.

Socialista, dunque, e socialista autonomista, e, diciamola tutta, socialista dichiaratamente anticomunista. Così socialista, così autonomista, così anticomunista da meritare al pari di Giuseppe Saragat e più di Pietro Nenni, che stalinista lo fu, se non un posto tra gli antenati, almeno la considerazione e il rispetto di un partito, i Ds, il cui segretario, Walter Veltroni, tiene a spiegare come e perché il comunismo e la liberta siano incompatibili. E il cui presidente Massimo D’Alema scandisce dalla tribuna del congresso: “La ragione stava dalla loro parte”: e “loro” sono i socialisti di tutte le razze, di destra e di sinistra, che nel secolo delle rivoluzioni alzarono bandiera democratica, riformista, talvolta libertaria, sempre antistalinista.

Invece, niente, almeno sino alla morte. Per via di Tangentopoli e delle condanne penali? Si, certo. Ma anche perché il socialista autonomista Craxi, per il Pci che non c’è più, ma sopravvive nell’anima di tanti diessini, ha costituito da subito il simbolo del male, e lo rappresenta, in realtà, tuttora. Si capisce: Bettino è stato l’unico leader del Psi dopo il 1948 che sia riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra e addirittura a giungere a un passo dal sorpassare elettoralmente il Pci-Pds. Restando però dalla questione comunista ossessionato per tutta la vita. Come può capitare solo a chi su questo decisivo terreno per tanti anni è stato in assoluta minoranza, anche nel suo partito, divenendone segretario (ma all’inizio segretario, appunto, di minoranza) proprio quando, dopo le elezioni del ‘76, apertamente ci si chiede se il Psi possa avere ancora un futuro. Alberto Asor Rosa, sulle colonne dell’Unità, dice di no: il Pci di Berlinguer, spiega, ha fatto il miracolo di tenere insieme Lenin e Prampolini, la rivoluzione e il riformismo. Occuparsi ancora del Psi, dunque, significa solo perdere del tempo. Quasi nessuno ha il coraggio di sostenere questa tesi così apertamente, ma sono in tanti a pensarla come lui, nel Pci, certo, ma anche nella Dc, e persino tra i socialisti. Primum vivere, è il motto con cui Bettino tiene insieme chi non ci sta, gli autonomisti come lui, ma anche i colonnelli della sinistra lombardiana, e almeno per un certo periodo gli ex demartiniani di Enrico Manca.

Ma primum vivere non significa solo scommettere su se stesso e su quella povera cosa, anche se onusta di storia, che è e resta il Psi. Vuol dire anche scommettere che il compromesso storico, quello vero, non si farà mai, e che il partito comunista, se resterà comunista, al governo non ci andrà, con tutto il suo trentacinque per cento dei voti. E anzi, finita (e fallita) la solidarietà nazionale, sarà esposto a un declino magari lento, ma ineluttabile.
Craxi, non c’è dubbio, questa scommessa la fa, perché è la sua scommessa. E le tiene fede tanto negli anni della solidarietà nazionale quanto negli anni della collaborazione-competizione con la Dc e di Palazzo Chigi. Ma dentro ci mette anche una speranza, o un sogno, che coltiva in fondo al cuore persino contro l’evidenza dei fatti da quando era giovanotto, e battagliava nella sezione di Sesto San Giovanni con i compagni “carristi” e con Lelio Basso.
La speranza, o il sogno, di mettere in piedi, con le buone e con le cattive, un Psi sufficientemente forte e coeso da poter levare, il giorno in cui la crisi comunista fosse finalmente scoppiata, la bandiera dell’unità socialista.

La speranza, o il sogno, di essere ancora in campo, e da protagonista, il giorno in cui i comunisti avrebbero ammesso, come pure aveva fatto il fondatore del partito Umberto Terracini, che si, a Livorno, nel ’21, le cose giuste le aveva dette Filippo Turati, non Bordiga, non Togliatti, non Gramsci. La speranza, o il sogno, di poter diventare lui il leader di un movimento che tenesse insieme le diverse anime del socialismo italiano, e le congiungesse in qualche modo nella vieille maison socialista ai laici, ai radicali, a componenti del mondo cattolico, persino a pezzi della sinistra extraparlamentare.
Senza tenere conto di questa speranza, o di questo sogno, che coesiste contraddittoriamente con il duro realismo dell’uomo di partito che vuole mettere da subito se stesso e i socialisti al centro della scena, ma sa pure quanto sia arduo guadagnare mezzo punto in un’elezione, non si capirebbe l’uomo degli euromissili e di Sigonella, e nemmeno il duello feroce tra quest’uomo ed Enrico Berlinguer.

Un duello personale, politico e ideologico (“Siamo e resteremo sempre leninisti!”, risponde a muso duro Berlinguer quando nel ’78 Bettino, per incalzare il Pci, riscopre addirittura l’attualità di Proudhon), che diventerà sempre più aspro, fino ad esplodere, incontenibile, quando il primo presidente del Consiglio socialista, al quale i comunisti riservano sin dall’inizio un’opposizione assai più aspra di quella tradizionale ai governi democristiani, vara il decreto sul costo del lavoro.
Possibile che siano solo quei quattro punti di scala mobile a indurre Berlinguer a definirlo “un pericolo per la democrazia”, e a portare a Roma, il 24 marzo 1984, per impiccarlo in effigie assieme a Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, centinaia di migliaia di operai “autoconvocati”?

Probabile, molto più probabile, che Berlinguer sia insorto, nel plauso pil o meno silenzioso della sinistra dc, a difesa di ciò che Bettino il decisionista apertamente aveva messo in discussione, sfidando l’ostruzionismo parlamentare del Pci: e cioè tutto quanto si riassumeva nell’antico motto consociativo secondo il quale “senza e contro i comunisti non si governa”.
Senza quella speranza, o quel sogno, non si capirebbe nemmeno la fascinazione che su Craxi hanno sempre esercitato gli ex comunisti, da Eugenio Reale e Spartaco Vannoni via via fino a Giuliano Ferrara, né le tante amicizie che Bettino ha coltivato tra comunisti in servizio permanente effettivo, da Pajetta a Cossutta.

Di recente l’ultimo segretario del Pci (e il primo del Pds), Achille Occhetto, ha confidato al Corriere di ricordare con nostalgia gli incontri e gli scontri di un tempo in cui tutto sembrò possibile, anche la nascita di una grande e rinnovata forza socialista in Italia, e invece nulla andò per il verso giusto, né a Botteghe Oscure né a via del Corso. Ci sarà modo e tempo per ricostruirla, la storia della sinistra italiana tra l’87, l’anno in cui Craxi lascia Palazzo Chigi, e il ’92: e quelli che la seguirono da presso avranno qualcosa da raccontare. Nei suoi vecchi appunti il cronista trovera’ traccia di molte speranze e di ancor piu numerose miserie politiche e umane. Ma, temiamo, individuerà pochissimi elementi utili a spiegare l’arcano del perché Craxi non trovi di meglio, proprio quando il comunismo alzava bandiera bianca, che puntare su un nuovo governo Andreotti nella speranza, in sé mediocre, di tornare quanto prima a Palazzo Chigi; e del perché la maggioranza dei postcomunisti ogni strada pensi all’epoca percorribile fuorché quella che conduceva all’ingresso dalla porta principale nella socialdemocrazia. Ora i Ds governano in primissima persona il Paese, e nella socialdemocrazia internazionale finalmente ci sono, ma la sinistra italiana è al suo minimo storico”. Dice bene D’Alema, “la ragione era dalla loro parte”, se un merito ebbe il Pci, fu quello di non essere stato diverso da “loro” al punto di non poter cambiare pelle e natura.

Ma Craxi era o non era uno di “loro”? E chi aveva “ragione” nei secondi anni Settanta e in tutti gli Ottanta, il socialdemocratico paragonato, secondo antica tradizione, a Benito Mussolini, o Berlinguer, comunista “per fedeltà agli ideali della giovinezza”? E quale forza potrebbe avere oggi la sinistra italiana, se, invece di fargli guerra mortale, gli allora trenta-quarantenni del Pci avessero parlato, anche nella polemica, come parlano adesso? E perché non lo hanno fatto? Ce lo chiedevamo sabato scorso a Torino, ascoltando D’Alema. Ce lo chiediamo ancora di più oggi che Craxi è morto, e nessuno, neanche chi ancora un mese fa codici alla mano gli dava (seppur più rispettosamente che in passato) del latitante, e oggi è pronto a tributargli onori di Stato, può restituirgli quell’onore politico che fino all’ultimo ha invocato.