di Pierfranco Pellizzetti

L’ultracentralismo raccomandato da Lenin ci sembra
pervaso in tutto il suo essere non dallo spirito positivo e
creatore ma dallo spirito sterile del guardiano notturno.
La sua concezione è fondamentalmente diretta a controllare
l’attività di partito e non a fecondarla, a restringere il
movimento non a svilupparlo, a soffocarlo e non unificarlo»1.
Rosa Luxemburg

 

Il processo al regime accentratore, autoritario, monopolistico
della rivoluzione russa, non si può fare a priori in nome di un
ideale di autonomia perché […] Lenin ubbidisce al suo clima
storico e ad esigenze non più astratte ma determinate da una
dialettica quotidiana reale»2.
Piero Gobetti

Norberto Bobbio, Il marxismo e lo Stato, Mondoperaio, Roma 1976
Michele Prospero, Ottobre 1917 – la rivoluzione pacifista di Lenin, Manifestolibri, Roma 2017

 

La mummia in Piazza Rossa

Parafrasando György Lukács, secondo cui l’Hitlerismo «è contenuto oggettivamente in ogni espressione filosofica dell’Irrazionalismo»3, qualcuno potrebbe affermare che lo Stalinismo è già prefigurato geneticamente nel Marxismo? Continuando il gioco delle simmetrie, nel primo caso un itinerario in scorrimento lungo la filiera che da Nietzsche arriva ad Heidegger, mentre nell’altro una sequenza con tappa intermedia obbligata nel Leninismo; la sua teoria sistematicamente giustificatoria della prassi (ovviamente si parla di teoria rivoluzionaria, visto che la speculazione filosofica leniniana di “Materialismo ed Empiriocriticismo” del 1909, a prescindere dai tributi agiografici in età sovietica, si limita alla difesa del materialismo dialettico contro le scoperte della fisica del tempo; l’imbarazzante Dia-Mat di Engels, che pretenderebbe di applicare dogmaticamente al campo della natura le leggi dialettiche dello sviluppo sociale che Marx aveva formulato come materialismo storico).

Appunto, un tema che potrebbe diventare d’attualità qualora fosse in avvio sottotraccia un revival a sinistra – oltre al Che, Gramsci e Fabrizio de André – nientemeno che di Vladimir Il’ič Ul’ianov, in arte rivoluzionaria Lenin. Operazione carica di non pochi rischi, visto che andrebbe a risvegliare virulente polemiche ormai sopite da lunga pezza. L’ennesimo torneo d’armi dibattimentali senza possibilità di tregua, che mette in campo detrattori e aficionados. Tra chi vorrebbe resuscitare la salma (o il simulacro in cera?) esposta nel mausoleo della Piazza Rossa moscovita e chi ne auspicherebbe la definitiva sepoltura nell’oblio. Riprodotto nella messa a specchio del saggio di Prospero, che ricostruisce la presa del potere di Lenin, con le riflessioni di Bobbio sugli effetti costituenti del modo con cui tale presa è avvenuta.

Diciamolo, ormai un confronto per pochi intimi, visto che la materia (il giudizio su teoria e pratica rivoluzionaria bolscevica) era ribollente al tempo della conquista del Palazzo d’Inverno, manteneva una temperatura ancora elevata attorno al ‘68 e agli ultimi bagliori delle insorgenze anticapitalistiche; quando i Valentino Gerratana e i Luciano Gruppi recensivano gli opuscoli militanti leniniani come se si trattasse del Talmud (o di Das Kapital). Gerretana proclamando il gran capo carismatico della rivoluzione d’Ottobre un riferimento ancora indispensabile «perché si tratta di far comprendere alle masse cosa dovranno fare per liberarsi, in un avvenire prossimo, dal giogo del capitale»4; Gruppi teorizzando un filo di continuità tra Lenin, Gramsci e Togliatti («abbiamo cercato di indicare la continuità di una linea di sviluppo, dal lontano Che fare? alla concezione del partito di Gramsci e a quella di Togliatti»5).

Gli ultimi hurrah – dottrinari o cortigiani – di un milieu piccista che riteneva ancora proponibile il progetto di società alternativa a quella borghese-capitalista. Poi messi a tacere dalla lunga gelata della restaurazione NeoLib; quando le suggestioni antagoniste finirono nel dimenticatoio, insieme alle masse chiamate a conquistare il Comunismo. Per giungere al 31 dicembre 1991 quando, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, scompariva il Paese-guida nella marcia verso il sol dell’avvenire. Il totale azzeramento del lascito leniniano, ovvero la cancellazione di un esperimento che – come fu detto – “aveva sconvolto il mondo”.

Nel frattempo il dibattito culturale aveva già destinato al dimenticatoio la via ipotizzata dal Marx-Leninismo per la costruzione di uno Stato che portasse a compimento l’esperienza della Comune («non sarebbe possibile distruggere di punto in bianco la burocrazia. Sarebbe utopia, Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa per cominciare a costruirne una nuova, che permetta la graduale soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l’esperienza della Comune»6); con ciò accantonando la tesi anarchica, poi ripresa dal tatticismo marxiano-engelsiano, dell’estinzione dello Stato. Una formulazione di raro confusionismo teorico, che si spiega in quanto giustificativa delle scelte strategiche bolsceviche dopo la conquista armata del potere in Russia e l’insediamento nei palazzi del potere. Di cui in Italia si era curato di fare piazza pulita nel 1975 Norberto Bobbio, aprendo la discussione sulla rivista Mondoperaio con il saggio “Esiste una dottrina marxista dello Stato?”.

Ortodossia o aggiustamento in itinere?

Oh potenza magica dei numeri! La celebrazione dei cento anni che ci separano dall’avvio della rivoluzione d’Ottobre ricrea attenzione attorno al plesso di criteri organizzativi e intuizioni tattiche che la resero possibile. Innovazione decisiva nello schema ortodosso marxiano, che rompe l’ordine mondiale partendo dall’anello debole di un grande impero arretrato, oppure opera demiurgica di un «Lenin esecutore testamentario dell’intuizione di Marx»; quel Marx che – secondo il filosofo del diritto Michele Prospero nel suo recente saggio – negherebbe l’eccezionalismo russo e la mistica dell’arretratezza («Marx anticipa l’ipotesi di una rivoluzione in Russia che non deve aspettare che il tempo del progresso si completi»7)?

Di certo, l’uomo di mano giunto a Mosca nel carro piombato tedesco, con la sua decisione di prendere il potere istituendo mediante il partito bolscevico una dittatura del proletariato e dei contadini più poveri, calpesta radicalmente alcuni canoni consacrati dell’ortodossia marxista russa, secondo cui la rivoluzione poteva essere soltanto “capitalista”: la teoria di Georgij Plechanov delle “due rivoluzioni”, la prima “borghese”, la seconda “proletaria” (di cui troviamo echi nella concezione gramsciana della “rivoluzione passiva” a Occidente, guidata non dalla base operaia ma dai vertici del comando fordista). Resta il fatto che, sino all’ultimo respiro, il Lenin trionfatore in patria scrutava con crescente apprensione gli scenari a Occidente, alla ricerca di concreti segni insurrezionali nelle società industrialmente avanzate. Il tanto atteso avvio della rivoluzione internazionalista. Difatti, secondo François Furet, «il capo bolscevico crede che la sua vittoria non possa durare senza il sostegno di altre rivoluzioni, prima di tutto in Germania»8. Tanto che sarà successivamente Giuseppe Stalin a tranciare con la congenita brutalità i nodi della questione, promuovendo la teoria del “Socialismo in un solo Paese” nel XII congresso del PCUS. Ma siamo già nel 1923.

Una soluzione draconiana che ovviava a una debolezza teorica evidenziata da Eric Hobsbawm: «poiché i problemi della costruzione di società socialiste erano stati del tutto accademici prima del 1914, e i primi teorici marxisti si erano sempre rifiutati di scendere in particolari, che potevano sfociare nell’utopia»9. Quanto cinque anni prima era stato Norberto Bobbio a sostenere, aggiungendo un passaggio analitico di estrema importanza: «il prevalente, se non esclusivo, interesse dei teorici del socialismo per il problema della conquista del potere»10, tanto da parlare a proposito della gestione leniniana di “abuso del principio di autorità”. E «una prima conseguenza dell’abuso del principio di autorità è sempre l’ottundimento dello spirito critico»11. Così da rendere giustificabili orrori come il massacro dei marinai rivoluzionari, insorti a Krondstadt per protesta contro il centralismo bolscevico.

Sicché lo storico Israel Getzlerpoteva annotare che “il potere è il punto di partenza del dibattito sulla rivoluzione russa”. Che ora fa scrivere al direttore di MicroMega, nel numero commemorativo (ma non celebrativo) dell’indimenticabile ottobre, una sorta di epitaffio sull’ipotetico revival leniniano: «la contraddizione letale è presente ab ovo. Lenin vuole insieme il potere dei soviet e il potere del Partito, considerato l’unico veicolo della coscienza rivoluzionaria. E in caso di conflitto la classe cosciente (cioè il Partito sulla sua linea) avrà la prevalenza sull’operaio in carne e ossa». Sicché, «i vincitori, i bolscevichi, lo sono solo in apparenza: prendono il potere con i soviet e per i soviet, ma nell’esercitarlo affossano con essi la rivoluzione»12.

 

Macrofisica del potere

Ecco dunque le tesi contrapposte di un detrattore, per cui il personaggio Lenin è un autocrate diffusore di tabe autoritarie, e l’aficionado ammirato della sapienza tattica del navigatore nella congiuntura del proprio tempo; la spregiudicatezza del demiurgo che piega ai suoi disegni il pacifismo a oltranza – dalla Zimmerwald 1915 dei partiti socialisti internazionalisti, propugnatori dell’obbiezione di coscienza collettiva nel conflitto mondiale, alla pace di Brest-Litovsk 1918 con gli Imperi Centrali – e poi pratica sistematici colpi di mani; ma sempre negando il debito rivoluzionario con l’insurrezionalismo alla Auguste Blanqui.

Qualunque sia la scheda identitaria del leader bolscevico adottata, si può convenire sulla sua indiscutibile sagacia tattica, di stampo utilmente opportunistico (come ci ricorda lo stesso Prospero, è proprio Lenin a ricondurre il trionfo rosso alla «speciale congiuntura internazionale»: le potenze imperiali in guerra tra loro «non avevano tempo di occuparsi di noi»13), e sulla marcata presenza nei suoi parametri culturali di quell’elitismo schematico e molto ingenuo primo novecentesco (Mosca, Pareto e Michels), che nell’eclettismo oscillante della diletta guida Carlo Marx, sempre in bilico tra determinismo e volontarismo, lo spinge decisamente verso il secondo corno del dilemma sul che fare.

Sorge anche da qui il problematico (per così dire) rapporto con la democrazia, che troverà conseguente espressione nel rapido evolvere del regime sovietico verso il partito unico. Come ricorda ancora Prospero: «i movimenti politici vennero progressivamente sciolti aggrappandosi a giustificazioni dettate dallo stato di necessità: nell’estate del 1918 gli altri partiti sopravvivevano con grande sofferenza e dal 1921 tendevano a scomparire. Il decreto di espulsione del giugno del 1918 (dei menscevichi e delle correnti di destra e di centro dei socialisti rivoluzionari) parlava in questi termini: ‘la presenza nelle organizzazioni dei Soviet di rappresentanti di partiti che si sforzano di screditare e rovesciare il governo sovietico è assolutamente intollerabile’. Rivendicando i metodi illegali necessari per combattere con efficacia nella guerra civile, Lenin nel marzo del 1919 respinge i richiami formali all’insegna della tradizionale rappresentanza perché “con un parlamento, in un’epoca di dittatura, non si possono risolvere i problemi”. Nel 1922 fu dichiarato fuorilegge il partito menscevico, l’anno seguente l’oblio toccò ai socialisti rivoluzionari»14.

Il punto cruciale – in apparenza teorico, quanto dalle lampanti conseguenze pratiche – rimproveratogli in tempi non sospetti da Rosa Luxemburg (e da lui ricambiata con l’addebito di spontaneismo). «È la missione storica del proletariato giunto al potere di creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non distruggere ogni forma di democrazia.[…] Non è altro che la dittatura del proletariato. Ma questa dittatura consiste nel modo di applicare la democrazia, non nella sua abolizione»15. La democrazia come antemurale contro il potere che abusa di se stesso. Per dirla con Lelio Basso, «il principale limite teorico di un grandissimo, difficilmente eguagliabile, capo rivoluzionario»16.

Fermo restando che le qualità di un tale personaggio sono funzionali alla conquista del potere, evidentemente non alla gestione del campo conquistato. E di questo Lenin è palese dimostrazione, anche dal punto di vista caratteriale; come lo tratteggia un compagno della prima ora – Anatolij Lunačarski – in un ritratto riproposto da Vittorio Strada: «egli ama il potere non per se stesso, ma solo perché è convinto di aver ragione e non può tollerare che qualcuno gli rovini il lavoro. La sua sete di potere scaturisce dalla sua immane convinzione che i suoi principi siano giusti e dall’incapacità (assai utile per un capo politico) di mettersi dal punto di vista dell’avversario»17. Sicché il rischio è quello di non riuscire a gestire una realtà sempre più sfuggente; tanto da consegnare al suo successore quella situazione dove il solo ancoraggio concreto è rappresentato dall’esercizio incontrollato del potere. Con ovvie conseguenze. Da qui il giudizio lapidario di Tony Judt su uno Stalin «più interessato al potere che alla rivoluzione»18. Nel filo di continuità con precedenti inquietanti: «ci sono stati momenti in cui anche chi non avesse avuto profonda conoscenza della dottrina bolscevica poteva trovare una ragionevole spiegazione della politica estera sovietica osservando semplicemente quella attuata dagli zar»19.

Lenin versus Stalin? Prospero tende a salvare il proprio eroe accreditando la tesi di una rottura di continuità tra i due autocrati: «una lunga lotta di frazione cova nell’ombra di un regime che coltiva l’apparenza del monolitismo che esalta il conformismo diffuso rispetto alla volontà arbitraria del capo carismatico. Due partiti convivevano in un solo organismo: il partito degli occidentali, dei capi intellettuali che avevano vissuto all’estero, in contatto con il socialismo europeo e i nativi rimasti in Russia a cospirare, e dunque con venature nazionaliste e mentalità da apparatnick. Lenin è il principale esponente del primo partito, dell’élite intellettuale con tratti cosmopolitici. Quella di Lenin era una ‘dittatura autoregolantesi’ (e quindi condannata all’incertezza) e non eccezionale che esercitava ‘una leadership inclusiva’ degli antichi oppositori e assumeva il Politburo come garanzia di una direzione collegiale. […]. Il secondo partito ha avuto in Stalin il massimo interprete»20.

Gli aveva replicato in anticipo Bobbio, analizzando il paradigma della dittatura di classe in Lenin (e già in Marx/Engels) come condizione permanente in una società politica: «una dittatura che non sia eccezionale e non sia temporanea è sempre stata chiamata, nel linguaggio tradizionale della filosofia politica, con un termine più carico di connotazione negativa: dispotismo»21.

Concludendo

Perché tornare a parlare della rivoluzione d’Ottobre e del suo demiurgo? A chi scrive vengono i mente due buone ragioni: da un lato il fatto che al Cremlino si è installato un ex agente KGB, sempre più centrale nel declino dell’impero americano, che si oppose all’esumazione della salma nel mausoleo della Piazza Rossa in quanto contestativa dei valori di un regime sovietico che si vorrebbe ricostruire. Soprattutto la sensazione che la nostra civiltà sia giunta alla fine di un ciclo sistemico e – quindi – ritornino di assoluta attualità le esperienze di trasformazione più radicali.

Fermo restando che non è chiaro quanto possa servire una critica dei rapporti di produzione, quando il punto nodale della Seconda Modernità impone la critica dei rapporti di dominio; quanto valga il concetto di classe operaia in un contesto postindustriale. Semmai potrebbero venirci utili riflessioni giunte dall’area iberica e dalle propaggini latino-americane, con il loro modo innovativo di accantonare il tabù-moloch del regime proprietario (privato borghese e pubblico socialista) nella riscoperta del comune. Ma di questo un’altra volta.

 

NOTE

1 R. Luxemburg, “Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa” in Scritti politici, Editori riuniti, Roma 1967 pag. 226
2 P. Gobetti, La rivoluzione Liberale, Einaudi, Torino 1964 pag. 139
3 G. Lukács, La distruzione della ragione (Vol. I), Einaudi, Torino1974 pag. 32
4 V. Gerretana, introduzione a V. I. Lenin, Stato e rivoluzione, Editori riuniti, Roma 1968 pag. 57
5 L. Gruppi, introduzione a V. I. Lenin, Che fare?, Editori riuniti, Roma 1968 pag. 27
6 V.I. Lenin, Stato e rivoluzione, cit pag. 112
7 M. Prospero, Ottobre. Cit. pag. 7
8 F. Furet, Il passato di un’illusione – l’idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano 1995 pag. 31
9 E. J. Hobsbawm, Il Marxismo nell’età della Terza Internazionale, Introduzione, Einaudi, Torino 1980 pag. XVI
10 N. Bobbio, Il Marxismo e lo Stato, cit. pag. 4
11 Ivi pag. 8
12 P. Flores d’Arcais, “Rivoluzione contro rivoluzione”, Almanacco di storia, MicroMega 7/2017
13 Prospero, Ottobre, cit. pag. 15
14 Ivi pag. 47
15 R. Luxemburg, “La rivoluzione russa” in Scritti politici, cit. pag. 593
16 Ivi pag. 128
17 V. Strada, “Lenin e Trockij”, Il Marxismo nell’età della terza internazionale, cit. pag. 118
18 T. Judt, Postwar, Laterza, Roma/Bari 2017 pag. 177
19 Ivi pag. 152
20 Prospero, Ottobre, cit.
21 N. Bobbio, Il Marxismo e lo Stato, cit. pag. 30

(9 novembre 2017)
Fonte: MicroMega
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